La copertina del volume Se il Sole muore, di Oriana Fallaci, Rizzoli, ventunesima edizione, 1981; la prima edizione risale al 1965
Il dr. Wernher von Braun nel suo studio al Marshall Space Flight Center di Huntsville (Alabama), nel Maggio 1964. Dietro di lui alcuni modelli di razzi sviluppati dalla NASA grazie al suo eccezionale contributo.
DA ORIANA FALLACI - AL SILENZIO DI OGGI SULLA REALTÀ EXTRATERRESTRE
GIÀ AI TEMPI DI WERNHER VON BRAUN -
PER SUA STESSA AMMISSIONE - ERA NOTA LA VEGETAZIONE MARZIANA. LA STESSA
ORIANA FALLACI PENSAVA AD UN'ORIGINE EXTRATERRESTRE DEI DISCHI VOLANTI.
CHI O COSA SPINGE AL SILENZIO I NOSTRI SCIENZIATI?
<<Gli uomini devono andare sempre più lontano, devono allargare i loro spazi e i loro interessi: questa è la volontà di Dio>> Wernher von Braun in risposta ad Oriana Fallaci Se il Sole muore, di O. Fallaci, Rizzoli, 1965
di
Luca
Scantamburlo
Oriana Fallaci
(1929-2006) è stata una grande giornalista italiana. Una scrittrice
prestata al giornalismo, più precisamente, vista la sua produzione
letteraria dall'affascinante prosa, continuamente in bilico fra
autobiografia e reportage. I suoi ultimi scritti – e saggi – sono stati
molto dibattuti negli ultimi anni. Violentemente attaccata da alcuni
polemisti, ella è stata strenuamente difesa da altri. Purtroppo le
giovani generazioni (soprattutto quelle schierate politicamente, a
destra ed a sinistra) sembrano ricordarla soltanto per la sua pubblica
difesa dei valori della civiltà occidentale, anche se inserita nel
contesto di un feroce attacco all'Islam radicale ed alla sua struttura
sociale e religiosa. Una critica – quella della Fallaci - a volte
effettivamente eccessiva e fuori dalle righe, dettata da emozioni
viscerali, dall'indignazione e da una rabbia travolgente, incapaci di
vedere anche quanto di buono e fecondo nacque in passato dal contatto
fra Medio Oriente ed Europa. Nessuno può, tuttavia, negarle il merito
di aver avuto il fegato di parlare chiaro e dire alcune cose che
diversi italiani pensano ma non osano dire a voce alta, per paura.
Nondimeno i suoi toni battaglieri evocanti scontri di civiltà, non
devono mettere in ombra quanto ella fece in passato in qualità di
reporter e corrispondente di guerra. Fra tutti i suoi libri e romanzi,
quello che amo di più è – dopo Niente e così sia (Rizzoli, 1969) scritto come testimonianza della Guerra nel Vietnam– il suo Se il Sole muore,
uscito per la Rizzoli nel 1965, tradotto in più di dieci Paesi,
riproposto nel 1981 nella versione tascabile – sempre dai tipi della
Rizzoli Editore di Milano – ed ancora nell'anno 2000 nella Oro della
BUR. Non è proprio un romanzo, anche se vi sono diverse pagine
d'introspezione, dedicate ad un'ideale e doloroso colloquio – a volte
struggente - con il padre, un immaginario dialogo a distanza in cui la
Fallaci si confronta con la vecchia mentalità di chi è saldamente
ancorato alla terra, e non comprende i nuovi orizzonti e l'anelito
dell'uomo verso l'infinito, verso nuovi pianeti da esplorare, “perché
il Sole potrebbe morire”.
SE IL SOLE MUORE: LA FALLACI INTERVISTA WERNHER VON BRAUN ALLA NASA
Se il Sole muore
è un resoconto della permanenza di Oriana Fallaci negli Stati Uniti
nella prima metà degli anni'60, ospite alla NASA fra gli astronauti, i
tecnici e gli scienziati di Cape Kennedy, in Florida. Tutti i
protagonisti del libro sono chiamati con i loro veri nomi: per esempio
vi sono le storie di otto astronauti, incontrati dalla Fallaci uno ad
uno appositamente per essere intervistati: Teodoro Freeman, Roger
Chaffee, Neil Armstrong, Alan Bean, Edward White, ed altri ancora. Ma
il libro contiene anche il resoconto di un incontro con l'anima del
progetto spaziale Apollo: lo scienziato tedesco Wernher von Braun
(1912-1977), emigrato negli States alla fine del secondo conflitto
mondiale, grazie all'Operazione Paperclip (la rinominata Operazione
Overcast, iniziata nell'ottobre 1945 dal Dipartimento della Guerra).
La Fallaci incontrò von Braun alla NASA per quasi quaranta minuti, alla
presenza del suo “Coordinatore di Pubblicità”, Bart Slattery, e
realizzò un'intervista storica in cui il noto scienziato spaziò
dall'astronautica alla religione, dalla scienza al destino dell'umanità
(vedi il Capitolo ventunesimo de Se il Sole muore, di Oriana Fallaci, Rizzoli Editore, Milano, 1965, ventunesima edizione, luglio 1981, pagg. 282-298).
VON BRAUN CONVINTO DELL'ESISTENZA DI BASSA VEGETAZIONE SU MARTE
Alcune affermazioni di von Braun – alla domanda della Fallaci sulle
aspettative di trovare tracce di vita su Marte – sono dirompenti e
prive di ambiguità. Dovrebbero far riflettere molti giornalisti ed
opinionisti di oggi, e dare le coordinate per costruire documentari e
servizi televisivi che aiutino veramente il pubblico a pensare, ad
interrogarsi su cosa regge il sapere e la divulgazione scientifica, e
su come bisognerebbe costruire le interviste con i protagonisti del
cosiddetto progresso scientifico. Interrogato sul Pianeta Rosso, von
Braun risponde così alla giovane Fallaci:
<<È
indubbio che su Marte esistono almeno forme inferiori di vita.
Astronomi molto responsabili notano senza possibilità di equivoco che
col cambiare delle stagioni la vegetazione su Marte sboccia o
appassisce. C'è vegetazione su Marte. Quale vegetazione non so, non
sappiamo: ma a primavera essa si gonfia, si allarga, d'autunno si
restringe, si secca. [...] Naturalmente quando parlo di vita su Marte
alludo a una forma di vita diversa dalla nostra [...] Può darsi che
Marte abbia avuto, in un passato per noi remotissimo, alte forme di
civiltà. Può darsi perfino che se ne possa trovare le tracce,
atterrandovi: se i milioni e i milioni di anni non hanno spazzato anche
quelle.>>
L'APERTURA DELLA FALLACI, POSSIBILISTA SU UN'ORIGINE INTERPLANETARIA DEI DISCHI VOLANTI
Ma le sorprese – per chi non conoscesse l'intervista della Fallaci –
non finiscono qui, in quanto la giornalista fiorentina nel prosieguo
della sua intervista interpella von Braun sul fenomeno dei dischi
volanti: <<E i dischi
volanti? Quei dischi volanti di cui si è parlato per anni? E se non
fossero fantasia? Se esistessero?...>>, chiede la Fallaci.
Abbiamo dunque, a metà degli anni'60, una giornalista italiana che nel
cuore della NASA ha il coraggio di affrontare un controverso fenomeno,
senza preoccuparsi di mettere in imbarazzo un'autorità scientifica e
tecnica del calibro di von Braun. La risposta di von Braun è che egli
ha visionato un rapporto ufficiale sugli UFO, gli Unidentified Flying
Objects, un rapporto che parlava di “seimila casi”, e solo una
percentuale del 2% non era spiegabile in termini convenzionali. Ma la
Fallaci, da tenace giornalista innamorata della sua professione, lo
incalza:
<<Il che
significa centoventi dischi volanti che forse non erano frutto di
fantasia, forse non erano illusione ottica, forse erano davvero oggetti
giunti da altri pianeti.>>
Apro in proposito una piccola parentesi: siccome il cosiddetto Rapporto Condon (<<Studio Scientifico degli Oggetti Volanti Non-identificati>>)
indagò migliaia di casi e fu pubblicato solo nel 1969 – e l'intervista
della Fallaci è di qualche anno precedente – è evidente che von Braun
si riferisce allo studio del Progetto Blue Book dell'Aeronautica
Militare americana (su cui il Comitato Condon pose la parola fine)
ancora in corso, oppure ad un altro rapporto riservato. Quando la
Fallaci esprime l'opinione che “forse non erano illusione ottica, forse
erano davvero giunti da altri pianeti”, ecco che von Braun dà un colpo
al cerchio ed uno alla botte. Senza scoprirsi e senza avvalorare la
tesi dell'ipotesi extraterrestre – infatti si dice “estremamente cauto”
sulle testimonianze visive – fa comprendere fra le righe ch'egli è a
conoscenza del fenomeno aerospaziale non identificato. Dice infatti: <<Gli
occhi ingannano e su questi oggetti extraterrestri che ogni tanto
entrano e volano dentro la nostra atmosfera posso dire soltanto che non
li ho mai visti e che non credo alla loro esistenza fino al momento in
cui li vedrò>>. Se von Braun non credeva alla
loro esistenza, come mai parlò di “oggetti extraterrestri” che entrano
e volano nella nostra atmosfera? L'origine interplanetaria o
interstellare del fenomeno è data per implicita, in questo caso. Anche
il fatto che abbia usato il termine “volano” implica un mezzo, un
veicolo automatico o pilotato da un'intelligenza. Inoltre, mi chiedo:
quale interesse aveva il compianto scienziato e tecnico tedesco nel
prendere visione di uno studio sugli “oggetti volanti non
identificati”? Con la sua domanda la Fallaci non aveva colto
impreparato von Braun, che rispose prontamente e recitando addirittura
definite percentuali di casistica. Inoltre, egli afferma
nell'intervista che non li ha mai visti, e questo in un certo senso
sembra in contraddizione con la testimonianza di Clark McClelland (ex
ingegnere aerospaziale in servizio alla NASA dal 1958 al 1992, si veda
anche l'articolo <<German scientist Von Braun was at Roswell during UFO crash>>, di Clark C. McClelland, The Canadian,
agosto 2007), che ebbe modo di confrontarsi personalmente con von
Braun. Secondo la testimonianza di questo ex tecnico della NASA dalle
comprovate credenziali, lo scienziato tedesco von Braun fu presente a
Roswell con altri scienziati per ispezionare il misterioso oggetto
volante precipitato nei pressi della cittadina del Nuovo Messico,
durante l'estate del 1947. E che non si trattasse di qualcosa costruito
dai Sovietici o dei resti di un semplice pallone sonda, lo si evince da
quanto Von Braun avrebbe riferito all'ingegnere aerospaziale.
Ora, tornando alla risposta fornita da von Braun alla Fallaci, si
comprende come egli si riferisca al fatto che non è mai stato testimone
di un ingresso e di un volo in atmosfera di tali ordigni volanti, il
che non è necessariamente in contrasto con la possibilità che egli ne
abbia visto uno immobile, schiantato a terra, con i relativi occupanti
deceduti a causa dell'incidente.
LA VEGETAZIONE SU MARTE: UNA REALTÀ DOCUMENTATA SCIENTIFICAMENTE?
Ma W. von Braun già in passato si era lasciato andare a dichiarazioni
pubbliche a proposito di forme di vita vegetale presenti oggi sul
Pianeta Rosso: ho personalmente consultato – grazie all'archivio di una
biblioteca italiana - un vecchio volume scritto da Wenher von Braun e
Willy Ley. Pubblicato in Italia nell'ottobre 1959 dalla Giangiacomo
Feltrinelli Editore di Milano con il titolo L'Esplorazione di Marte - nella traduzione dall'americano di Elio De Sabata - si tratta dell'edizione italiana dell'opera originale The Exploration of Mars, uscita per i tipi della The Viking Press di New York, nell'anno 1956. Le belle illustrazioni sono di Chesley Bonestell. Ebbene,
da pagina 86 a pagina 97 i due autori conducono il lettore
all'interpretazione delle zone scure di Marte, sulla base di
osservazioni astronomiche condotte da addetti ai lavori del settore
scientifico. La loro conclusione è perentoria:
<<Questo
è il quadro di Marte a metà del secolo: un piccolo pianeta, tre quarti
del quale sono freddi deserti, e la cui rimanente parte è coperta da un
genere di vita vegetale che le nostre cognizioni di biologia non
riescono a comprendere del tutto.>> (pag. 97, ibidem, capitolo Opinioni, ipotesi e teorie).
Ovviamente i due autori intendono una vegetazione assimilabile a quella
dei licheni, che estraggono l'umidità dall'aria, non avendo radici.
Inoltre, riferiscono sempre von Braun e Ley, sulla Terra vi sono forme
vegetali delle gelide tundre che assumono tonalità verdi-azzurre, e non
verdi (studio dell'astronomo russo Tichov). Lo stesso colore che alcuni
astronomi hanno notato osservando al telescopio alcune regioni di Marte.
Per giungere a queste considerazioni, i due autori commentano le
evidenze che testimoniano le zone scure di Marte, interpretate
inizialmente da Arrhenius come minerali igroscopici. L'astronomo estone
E. J. Opik – scrivono von Braun e Ley – ha proposto invece la seguente
spiegazione: è evidente che per apparire dopo ogni tempesta di sabbia
marziana, tali zone scure sono generate da un qualcosa capace di
aprirsi “un varco”, dunque un qualcosa si vivente (si veda le regioni
Lacus Moeris e Sirtis Major). Un'altra testimonianza fu osservata e
fotografata dall'astronomo Earl C. Slipher dell'Osservatorio di Lowell,
all'opera presso un sito astronomico del Sud Africa (l'Osservatorio
Lamont-Hussey di Bloemfontein). Slipher si accorse che una
gigantesca macchia (dall'area paragonabile a quella dello Stato del
Texas) si era formata su Marte, a 20° di latitudine nord, ed a 235° di
longitudine. Quale colore presentava tale macchia? Trascrivo
direttamente le parole del testo:
<<Il
dottor Slipher affermò che presentava la stessa colorazione
verde-azzurra delle zone scure e che quindi doveva essere identica alle
altre. E il dottor Slipher è certo che si tratti di vegetazione.>> (pagina 86, ibidem).
BASSA VEGETAZIONE SU MARTE, FOTOGRAFATA DALLA SONDA MARINER 9?
A questo punto invito il lettore onesto ed interessato ad approfondire
le mie ricerche ed inchieste, ed a controllare cosa pubblicò Le Scienze
nel 1976, nel suo volume intitolato Il Sistema Solare nelle
esplorazioni spaziali, Letture da Le Scienze, con la presentazione di
Marcello Fulchignoni. Si tratta di una raccolta dei migliori articoli
sul Sistema Solare pubblicati da Le Scienze, edizione italiana della
prestigiosa rivista Scientific American. Una foto della superficie
marziana campeggia a tutta pagina nell'apertura dell'articolo <<Marte visto da Mariner 9>>,
di Bruce C. Murray, pubblicato da Le Scienze nel numero 56 dell'aprile
1973. La pagina che invito ad osservare con attenzione (in
particolare i colori della relativa foto), è la 176, immediatamente
precedente l'articolo citato. La didascalia di pagina 177 ne spiega
l'origine con dovizia di particolari, compresa la colorazione, anche se
la spiegazione tecnica è a mio giudizio ambigua. Le ultime parole della
didascalia – alla luce di quanto dichiarato da W. von Braun e W. Ley –
assumono un valore enorme e possono costituire la chiave per aprire un
dibattito su cosa blocca l'ammissione pubblica della presenza di vita
su Marte:
<<[...] Gli
astronomi hanno osservato mutamenti stagionali nelle strutture della
Depressio Hellespontica: sono la somma di quelli più particolareggiati
visibili in queste immagini.>>
Quanto scritto allora, decenni fa, può essere contestualizzato nel mio articolo intitolato <<Segni di fotosintesi clorofilliana marziaza?>>, diffuso sul mio portale Web il 23 febbraio 2006, e pubblicato – nell'adattamento del biologo Giorgio Pattera – sul periodico Parma Anno2000, nr.2, aprile 2006.
Credo che oggi molti scienziati (anche italiani, non solo alla NASA)
abbiano le mani legate, a causa soprattutto di giornalisti poco attenti
e di politici troppo legati alla loro poltrona ed alla loro carriera.
E come mi scrisse un giorno in via confidenziale una mia fonte, andata
perduta a causa di terzi, credo proprio che “non ci sovrasta un cielo
fatto di stelle, ma di menzogne.”
Aggiornamento della bibliografia (19 maggio 2009) Il nome di Ley non è William ma Willy, come già correttamente indicato nel testo dell'articolo.
BIBLIOGRAFIA
Se il Sole muore, di Oriana Fallaci, Rizzoli Editore, Milano, ventunesima edizione, luglio 1981. Prima edizione Rizzoli, 1965.
<<Arrivano gli Americani>>,
articolo contenuto nello speciale Von Braun: il prussiano che conquistò
lo spazio, I grandi della scienza, anno III, nr.15, giugno 2000, Le
scienze, pag. 37.
Rapporto sugli U.F.O.,
di J. Allen Hynek, Club degli Editori, su licenza della Arnoldo
Mondadori Editore, 1978, traduzione di Paola Campioli. Titolo
originale: The Hynek UFO Report, Dell Publishing Co., Inc., New York,
1977.
<<Marte visto da Mariner 9>>,
di Bruce C. Murray, Le Scienze, nr. 56, Aprile 1973, ripubblicato nel
volume Il Sistema Solare nelle esplorazioni spaziali, Letture da le
Scienze, Milano, 1976.
L'Esplorazione di Marte,
di Wernher von Braun e Willy Ley, prima edizione italiana, ottobre
1959, Milano. Traduzione dall'americano di Elio De Sabata. Le
illustrazioni sono di Chesley Bonestell. Titolo dell'opera originale:
The Exploration of Mars, The Viking Press, New York, 1956.